Filiera del cemento ripartita, ma sono a rischio 800 imprese

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La filiera del cemento-calcestruzzo si rimette in moto, dopo il lockdown che ha costretto a spegnere i forni da cemento, a chiudere gli impianti e a interrompere le attività, per permettere alle imprese di rispondere «con orgoglio e diligenza» alle prescrizioni a tutela della salute pubblica.

Numerosi cementifici sono fortemente radicati proprio in alcuni dei territori più colpiti dal Covid-19 (per esempio l’area di Bergamo). Un’interruzione di questo tipo non si verificava dall’ultimo conflitto bellico e ha prodotto effetti drammatici.

La filiera del cemento si rimette in moto duramente provata, stremata, con 800 imprese e 8mila posti di lavoro (il 25% del comparto) che rischiano di scomparire, ma anche con l’assoluta convinzione che senza imprese che forniscano il cemento e calcestruzzo non sarà possibile rispondere alle esigenze di un Paese che ha necessità di ripartire e rimettersi in corsa.

I cementifici hanno riaperto i cancelli e rimesso in moto gli impianti lunedì scorso, dopo aver recepito il protocollo sicurezza siglato lo scorso 24 aprile da Federbeton e dalle organizzazioni sindacali, «la cui implementazione e rispetto dovrà essere rigida e indeclinabile» ha affermato Roberto Callieri, presidente di Federbeton a Il Sole 24 Ore. «Ora – ha aggiunto Callieri – bisogna ripartire dalle infrastrutture, necessarie per il Paese e volano per l’economia. La filiera del cemento-calcestruzzo è pronta a riaprire in sicurezza e ad alimentare una nuova stagione di lavori pubblici».

Il comparto, con circa 30mila addetti, ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l’eccellenza grazie allo sviluppo di materiali in grado di conferire alle opere sempre maggiori prestazioni in termini di durata e sicurezza ma anche di azione sul patrimonio esistente per ricostruire, proteggere, consolidare.

Le proposte di Federbeton per la ripresa sono due: 1) estendere al maggior numero possibile di opere pubbliche il “modello Genova”, la cui efficacia è sotto gli occhi di tutti e può rappresentare il viatico per una gestione incisiva del periodo che seguirà al momento di stasi attuale; 2) semplificare le procedure per l’utilizzo di combustibili alternativi, consentendo così al comparto del cemento di contribuire in maniera più decisiva alla chiusura del ciclo dei rifiuti.

Callieri chiude con un appello: «All’Italia serve, oggi più che mai, un poderoso piano di investimenti che consenta di completare e aggiornare il grande patrimonio infrastrutturale realizzato a partire dagli anni del Dopoguerra.

Occorre un rilancio delle infrastrutture, anticipando le risorse già stanziate a bilancio e facendo leva sul ruolo che può essere assolto da Cassa depositi e prestiti. Serve ripartire dalla programmazione strategica di un pool di grandi opere, realmente funzionali alla competitività del Paese, a cui faccia seguito una stagione di nuova infrastrutturazione al servizio dei territori e dei distretti produttivi.

Pensiamo che sia un obiettivo alla portata del sistema Italia, a patto di introdurre misure di semplificazione burocratica e un quadro certo, lineare e stabile di regole».

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