Pa e ritardi nei pagamenti: Italia condannata dalla Corte europea

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Più di 4 mesi per pagare i fornitori: tanto impiega ancora in Italia la Pubblica Amministrazione. Dopo una serie di richiami per i ritardi nei pagamenti, la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia per inadempimento. Come evidenziato nella sentenza C-122/18, emessa il 28 gennaio scorso, le Amministrazioni non hanno garantito il rispetto dei termini di pagamento, di 30 o 60 giorni, imposti dalla Direttiva 2011/7/UE.
Il contenzioso ha avuto origine dalle segnalazioni inviate dalle imprese italiane alla Commissione Europea, che ha chiesto l’intervento della Corte di Giustizia UE. Durante il confronto, l’Italia ha difeso un’interpretazione della Direttiva 2011/7 che “impone agli Stati membri unicamente l’obbligo di garantire che i termini legali e contrattuali di pagamento applicabili alle transazioni commerciali che coinvolgono pubbliche amministrazioni siano conformi all’articolo 4 della Direttiva e di prevedere, in caso di mancato rispetto di tali termini, il diritto, per un creditore che ha adempiuto agli obblighi contrattuali e di legge, alla corresponsione di interessi”. Secondo l’interpretazione data dall’Italia, non ci sarebbe stato l’obbligo di assicurare il rispetto effettivo dei termini da parte delle Pubbliche Amministrazioni.
Diametralmente opposta la conclusione della Corte di Giustizia UE, che ha ricordato come sugli Stati membri gravi l’obbligo di garantire che le Amministrazioni paghino i creditori entro il termine effettivo di 30 giorni di calendario. Termine che può essere superiore se la natura del contratto lo consente.
L’Italia ha sottolineato che dall’ultima relazione bimestrale presentata alla Commissione, redatta il 5 dicembre 2016, emerge che il termine medio di pagamento per il primo semestre del 2016 era pari a 50 giorni (47 giorni considerando la media ponderata dei dati), dati che sono stati calcolati a partire dalle transazioni realizzate da più di 22mila pubbliche amministrazioni e riguardanti circa 13 milioni di fatture ricevute. Secondo l’Italia, la Commissione avrebbe dovuto quantificare l’inadempimento sulla base del tempo medio di ritardo anziché del tempo medio di pagamento.
In ogni caso, ha troncato la Corte di Giustizia UE, i temi imposti dalla normativa comunitaria non sono stati rispettati.
L’Italia ha infine fatto presente il miglioramento conseguito dal 2015 al 2017, periodo in cui il numero medio di giorni di ritardo è passato da 23 giorni a 8 giorni, e ha ipotizzato il rispetto dei termini imposti dalla Direttiva 2011/7 per le fatture emesse nel corso del 2018.
La Corte UE non ha tenuto in considerazione questa argomentazione concludendo che, nonostante il miglioramento, l’Italia è venuta meno agli obblighi fissati dalla Direttiva 2011/7, che impone alle Pubbliche Amministrazioni di eseguire i pagamenti non oltre 30 giorni o, in casi singolarmente motivati, 60 giorni dalla data di ricevimento della fattura o, al termine della procedura di verifica della corretta prestazione dei servizi.
La direttiva è stata recepita dall’Italia con il D.lgs.192/2012. I ritardi nei pagamenti non sono cessati, tanto da far scattare una serie di richiami. Sotto la lente della Commissione Europea nel 2017 è finito anche il Codice Appalti, in base al quale le Pubbliche Amministrazioni dovevano emettere i certificati di pagamento entro un termine massimo di 45 giorni dall’adozione di ogni stato di avanzamento dei lavori.
A correggere il tiro è poi intervenuta la Legge Europea 2018, che ha riscritto la norma del Codice Appalti, riportando a 30 giorni i termini di pagamento.

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