Comuni, allarme dissesti: 273 procedure in 5 anni, soprattutto al Sud

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Tra il 2014 il 2018 sono ben 273 i comuni che hanno dichiarato difficoltà finanziarie tanto da avviare (in 126 casi) la procedura di dissesto.

Nel solo 2018 sono stati registrati 75 nuovi casi di comuni italiani “a rischio”, con 45 procedure di riequilibrio e 30 dissesti, come nel 2017. E’ quanto si evince dal “Rapporto Ca’ Foscari sui comuni”, presentato al Ministero per l’Economia, che aggiorna i dati sui Comuni in difficoltà e conferma l’allarme già lanciato nelle fasi precedenti dei lavori.

“Siamo in una fase cruciale per far partire un tavolo di confronto sulle procedure di risanamento degli Enti Locali, in modo che la proposta di riforma possa essere condivisa con tutti gli attori coinvolti. Gli amministratori vanno responsabilizzati e non crocifissi”, ha sottolineato il vice ministro dell’Economia Laura Castelli, durante la presentazione.

Datti alla mano si viaggia su una media di 25 nuovi casi/anno rispetto ai 12 casi/anno del quinquennio precedente, e in 225 quella di pre-dissesto (riequilibrio): di questi ultimi ben 78 (35%) sono poi transitati al dissesto nel periodo considerato. I Comuni che hanno attualmente in corso una procedura, comprese quelle aperte prima del 2014, sono 379, al lordo dei (pochi) riequilibri chiusi e dei dissesti antecedenti il 2013 ancora aperti.

Quanto alla “mappa” dei dissesti, se la media italiana è di circa il 10% di Comuni che hanno visto nel periodo situazioni di criticità ci sono regioni (soprattutto al Nord) che non ne hanno nessuno e casi come la Calabria, Campania e Sicilia, che ne hanno più di un terzo. L’andamento è crescente, in termini percentuali, al crescere della popolazione.

“La crisi e riforme difficili da implementare hanno reso difficile la gestione dei municipi”, spiega Marcello Degni, docente a Ca’ Foscari. Ad esempio l’effetto dei tagli sul percorso di federalismo fiscale delineato dalla legge 42 del 2009 “è stato devastante: gli istituti fondamentali di quel disegno ne escono svuotati o stravolti”.

Da qui la necessità di individuare nuovi modelli di governance del territorio, innovazione sociale e partecipazione, nella prospettiva della co-creazione. Quanto alle soluzioni, il Rapporto avanza anche alcune ipotesi: se i comuni non possono fallire, oltre che regolare gli squilibri finanziari è necessaria la creazione di presupposti per una governance equilibrata e virtuosa, che comprenda garanzia di autonomia impositiva, capacità di riscossione delle entrate e crescita delle competenze (sblocco del turn over, formazione permanente, rescaling dimensionale).

“L’attuale quadro normativo che disciplina la criticità finanziaria (Titolo VIII del Tuel) è evidentemente inadeguato se ha prodotto “anomalie” per ben, in un decennio, il 10% dei comuni italiani”, rilevano gli studiosi, indicando un’exit strategy che va in tre sensi: rafforzare le capacità dei comuni (con attività formative e di sostegno costante), modificare la disciplina del dissesto, favorendo meccanismi più efficaci/efficienti di controllo e risanamento, che assicurino, tra l’altro, tempi certi (per i debitori, gli amministratori e i cittadini) e terzo, a tale attività correttiva, affiancare un’attività di monitoraggio costante delle finanze dei comuni.

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